Non ci resta che il crimine

O.K. Renatino

Non ci resta che il crimine

di Massimiliano Bruno. Con Alessandro GassmannMarco GialliniEdoardo LeoGianmarco TognazziIlenia Pastorelli Italia 2019

Moreno (Giallini), Sebastiano (Gassmann) e Giuseppe (Tognazzi), sono tre sfigati: il primo, costantemente in ritardo con l’assegno di mantenimento alla moglie (Sara Baccarini), coinvolge sempre gli altri due – un fessacchiotto succube della moglie ed un commercialista, che lavora per uno stipendio bassissimo nello studio del suocero (Antonello Fassari) – in imprese improbabili nelle quali “i soldi si fanno con la pala!”. L’ultima trovata è quella di vestirsi da duri degli anni ’80, con tanto di scacciacani, e per guidare i turisti in un tour nei luoghi delle imprese della Banda della Magliana, delle cui gesta Moreno è un fanatico esperto. Arrivati a Trastevere, un vigile (Maurizio Lops) li multa di 1.000 euro per divieto di sosta ed esercizio commerciale abusivo. Alla scena assiste, divertito, Gianfranco (Massimiliano Bruno) – loro vecchia vittima dei tempi della scuola: lo avevano soprannominato “Ventosa” perché li seguiva ovunque e lo bullizzavano – che è diventato ricco e, per mortificarli, offre loro di pagare la multa in cambio di un giro del tour. Arrivano al bar che era stato uno dei quartieri generali della Banda e, mentre Gianfranco prende il caffè, i tre, come ai tempi della scuola, scappano nel retro; qui si inoltrano in oscuri cunicoli e all’uscita si trovano in pieni festeggiamenti per una vittoria dell’Italia ai mondiali del 1982. Spaventati, rientrano nel bar ma trovano “Renatino” De Pedis (Leo) e i suoi che seguono una partita in televisione; fanno per andarsene ma Giuseppe (che sa a memoria centinaia di risultati di calcio) si lascia sfuggire una frase che anticipa l’azione sul teleschermo; i banditi si allarmano e li minacciano con le pistole ma i tre biascicano una scusa e riescono ad andarsene. Per strada, ormai rassegnati ad essere prigionieri del passato, decidono di sfruttare l’abilità di Giuseppe e, con 500.000 lire che Moreno aveva acquistato su eBay per rendere più realistico il tour, scommettono sui risultati dei mondiali con l’allibratore Fariseo (Marco Conidi); vincono 10 milioni con i quali si danno a spese pazze, finendo la serata in un locale notturno. Qui Sebastiano viene circuito dalla spogliarellista Sabrina (Pastorelli), che, leccandogli un dito, gli ingoia per sbaglio la fede; quando lui se ne accorge e va nel suo camerino, lei si innamora della sua ingenuità (lui le regala un lassativo che aveva comprato per la moglie per frale recuperare l’anello), mentre il coreografo del locale (Fabio Ferri), la mette in guardia ricordandole che è la donna del pericoloso Renatino. I tre fanno bisboccia, scolando con le entraineuse varie bottiglie di champagne e trovandosi con un conto di svariati milioni. Quando chiedono di parlare con il proprietario, si trovano davanti De Pedis, che sequestra Giuseppe e dice agli altri due che lo ammazzerà se entro la fine della partita dell’Italia dell’indomani non porteranno il dovuto. Nella disperazione, Sebastiano va a casa di Sabrina per recuperare almeno la fede e la ragazza lo corteggia pesantemente ma Renatino, che si era fatto accompagnare da Giuseppe per sorvegliarla, vede che non è sola e fa irruzione; Sebastiano, non visto, scappa e i due fidanzati fanno pace ma il boss ha un tarlo di gelosia. L’indomani Moreno ricordando che nella basilica di Sant’Apollinare è nascosto il tesoro della Banda va con Sebastiano – che tranquillizza sul pericolo di essere scoperti, perché i testi recitano che di lì a poco il Sorcio (Federico Galante) farà una soffiata e farà arrestare tutta la banda –   a prelevare i soldi per pagare il debito, mentre Giuseppe, nel tentativo di salvarsi la pelle, fa vincere parecchi milioni a Renatino, che scommette sul risultato della partita e sui gol con Fariseo. I due amici arrivano in tempo con i soldi ma succede che la canzone “Cuore, sole, amore”, che Sabrina canticchia, avendola sentita da Sebastiano, viene intonata anche dal Sorcio (che, a sua volta, l’aveva sentita da Sebastiano): Renatino si convince che è lui l’amante della sua donna e l’ammazza. Subito dopo decide di tenersi Giuseppe, rinchiudendo gli altri due, per fare soldi con il Totonero. Questa svolta rispetto alla storia, provocherà una scissione anticipata della banda guidata dell’insofferente Bove (Emanuel Bevilacqua) e coinvolgerà i tre malcapitati in una rapina. Tra sparatorie, fughe e finte morti, i tre amici verranno salvati da Gianfranco e, rafforzati dall’esperienza, potranno chiudere i loro conti in sospeso ma…

Massimiliano Bruno è uno dei pochissimi veri autori di commedie di questi ultimi anni, che hanno visto un’epidemia di pseudo-commedie all’italiana, scritte, dirette e interpretate da pensosi ed inadeguati autori ed attori, che, smessa – almeno apparentemente – la noiosa divisa engagè, si prodigano in improbabili farsette con morale “de sinistra” d’ordinanza, distruggendo quel poco di credibilità commerciale rimasta al nostro cinema. Bruno, dimenticando titoli meno riusciti (e, soprattutto, l’inutile Gli ultimi saranno ultimi), ha dimostrato con Nessuno mi può giudicare e Viva l’Italia di saper trovare spunti originali e talvolta anche politacally uncorrect (che è sempre una boccata di ossigeno, rispetto alla fanghiglia di conformismo nella quale siamo invischiati). L’idea di Non ci resta che il crimine viene da lontano: tanto per restare in casa nostra, pensiamo a O.K. Nerone di Mario Soldati del 1951, nel quale Walter Chiari e Carlo Campanini, dopo una botta in testa, si trovano nell’antica Roma alle prese con il dispotico imperatore (era Gino Cervi, mica il pur simpatico Edoardo Leo). La trovata però è sviluppata con buon mestiere (Bruno ha una bella storia di scrittura, spesso in collaborazione con Brizzi) e il cast funziona: i protagonisti sono in buona sintonia e i caratteristi – merito sicuramente della casting Giordani ma anche della solida esperienza teatrale di Bruno – sono azzeccatissimi. La Pastorelli, infine, sembra essere – dopo Elisabetta Rocchetti (la più spontanea e la meno fortunata) e l’onnipresente Micaela Ramazzotti – la nuova, inevitabile (perche?) coatta del cinema italiano. I primi incassi sono buoni per un film che – dopo vari inciampi – sembra averci fatto ritrovare il produttore Lucisano dei tempi migliori.

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Antonio Ferraro

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