Ma ch’aggi”a fá?…Mme fa paura ‘e ce turná! Una lettera di Aldo di Russo

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Caro Gianpaolo, mi sono divertito a giocare con un libro. Non immaginavo che sfogliare un libro di antiche vedute di Formia facesse così bene alla fantasia.

Credo di essere abbastanza vaccinato razionalmente dall’evitare di inneggiare al passato per la semplice vista bucolica di un golfo incantato di sole e di mare, di piccoli promontori coltivati ad aranci che tendono le braccia verso la culla della cultura Greco Romana. Per vaccinato, intendo dire che in quei meravigliosi paesaggi antropizzati della Arcadia nostrana non trovate indicazioni sulla mortalità infantile, sulla malattie incurabili e sulla vita media della popolazione, dati che permettono solo agli stupidi di dire che prima tutto fosse meglio sic et simpliciter. Fatto sta che proprio la nostra immensa capacità di saper dominare la natura rende la perduta bellezza ancora più colpevole e idiota. Come dire: ma che avete studiato a fare così tanto? Non potevate pensare di più prima di costruire una strada litoranea che staccasse per sempre il paese dal mare che lo ha creato?

Sfoglio il libro. Ogni pagina una favola fatta di colori, di gesti, di persone che lentamente comincio a riconoscere e ricordare. Ogni nuova veduta del golfo e della costa permette alla mia mente di giocare con le prime sensazioni forti che in quel posto sono nate. Sfogliare un libro di immagini ormai trapassate significa dare un senso al presente se dentro ci metti le pennellate che la tua fantasia ha lasciato intatte da allora. Non vedo solo quello che c’è, ma riconosco quello che il pittore non avrebbe mai potuto dipingere, la mia scuola elementare, la barca di legno dove ho imparato a remare e le cose recondite che non ho mai potuto confessare.

Una sera ero seduto, davanti ad una sbiadita televisione in bianco e nero, panciuta come una donna gravida che mensilmente necessita di un controllo medico alla selva di valvole che disegnano la foresta di vetro da dove nascono i programmi della sera. In quella televisione, qualcuno decise di cantare una canzone siciliana che raccontava la triste storia di un pesce spada. A prima vista poteva essere la storia di una battuta di pesca. A Formia, quella mia e quella delle vedute del libro, pescare era una cosa quotidiana, vitale, una consuetudine, ma quella volta, e per la prima volta, Domenico Modugno, così si chiamava, mi raccontò la storia di un pesce e non quella di un uomo. La vita raccontata dalla preda, una punto di vista insolito, no?. Qualcuno avvista il pescespada dalla barca incita l’equipaggio all’attacco lu vitti, lu vitti! Pigghia la fiocina! Ma l’azione successiva, quella rappresentata dal verbo non era pescalo, piglialo, fallo abboccare, verbi che usavamo noi bambini con le nostre lenze nel porto, ma quello stesso con il quale il cinema ci mostrava il male, quello da fuggire, denunciare, esorcizzare, combattere, quello dei racconti di guerra degli anziani. Accídilu, accídilu, aahaaà! ……. Così lanciò la fiocina, il pescatore, come il mestiere gli aveva insegnato trafiggendo in un sol colpo il cuore del pesce spada, una fimminedda …. ca chiancia di duluri aya aya aya ya! E trafiggendo, ma senza sporcarsi le mani, anche il cuore del suo innamorato che continuava a seguire la barca ignorando le suppliche di lei a salvarsi fuggendo lontano.

Tutto successe in una notte in cui i versi di quella struggente ballata diventarono immagini indelebili della mia vita. Tempus fugit ed ora un anziano lettore confuso tra la bellezza delle pagine di questo libro e i ricordi di un molti anni ha il privilegio della sincerità. Quello che un bambino non può permettersi. Lui sta diventando uomo, non confesserà mai di aver pianto di nascosto e di aver elaborato con rabbia la sua vendetta contro la società affermato dal giorno dopo in modo  categorico e per il resto della sua vita: Il pesce spada non mi piace.

Tra il 500 e l’800, periodo cui le vedute si riferiscono, a Formia non c’erano cinema. Si riconoscono però perfettamente i luoghi dove poi li avrebbero costruiti per me e per la mia generazione. Ce n’erano quattro d’estate e due d’inverno, per chi ci ha passato molto tempo e ci ha imbastito molti sogni guardare le vedute del golfo dal libro fa venire in mente che i cinema altro non avrebbero potuto costruirli che dove li hanno fatti, a partire dal centro di un sogno. Non vi intratterrò su questa o quella pellicola, tema, storia, ci vorrebbe troppo tempo, ma su alcuni effetti collaterali che quelle proiezioni che hanno avuto sulla fantasia, sulla immaginazione e sulla capacità di astrazione della mia generazione.

Forse non ci avete mai pensato essendo, come siete,  abituati ad andare al cinema, ma in un piccolo centro adagiato sulla regina viarum alla fine degli anni 50 è il cinema che viene da voi. Funziona così. Per tutta la settimana ci si chiedeva quale film avrebbero proiettato, si viveva così, i cinema erano due e uno solo il canale televisivo. Il pericolo di una vita isolata era scongiurato dal fatto che al cinema ci si andava in compagnia e che di fronte alla televisione si stava con l’intero condominio che si portava le sedie da casa per vedere questa fenomenale tecnologia. Avevo un compagno alle elementari che mi raccontava che la nonna pretendeva di riordinare la cucina e pulire tutto perfettamente prima dell’inizio delle trasmissioni serali convinta che la Nicoletta Orsomando nell’atto di annunciare i programmi potesse avere lo sguardo fisso vigile ed attento sulla sua abilità di padrona di casa. A ciascuno la propria dignità!

Al cinema si arrivava ad una certa ora del pomeriggio quando ci fossero due condizioni: la prima era aver finito di fare i compiti, la seconda aver rimediato i soldi necessari per quel sogno settimanale. Tutto questo non avveniva quasi mai in coincidenza con l’inizio dello spettacolo, si entrava e basta. Ci si metteva comodi e ci si concentrava. Lo sforzo era destinato a ricostruire, nel più breve tempo possibile, memorizzando frasi, azioni, frammenti, ciò che fosse l’antefatto rispetto al nostro arrivo nella storia fino all’aggancio completo tra la nostra mente e quella di chi avesse concepito la storia. Era questione di attimi, di precisione e di incastri. Fu lo stesso metodo che pochi anni dopo fece incontrare perfettamente orbite ed atterraggi in appuntamenti siderei perfetti, al cinema ci si abituava alla vita. Una volta venuti al mondo non comincia la vita, ma solo la tua, e così ti devi organizzare, come al cinema, occorre agganciare la storia cercando le ragioni del prima e le possibilità del presente razionalmente incastonate negli accadimenti quotidiani. Devo dire oggi che la scuola ci ha molto aiutato, ci ha dato gli strumenti che utilizzavamo al di fuori. Così il cinema un grande luogo di incanto e di sogno, ma una palestra di pensiero astratto. Dal cinema si usciva quando si era soddisfatti dall’aver realizzato di aver capito, ogni spettacolo era un nuovo punto di costruzione, un nuovo punto fermo. Poi un’altra cosa. D’estate quando l’ultimo spettacolo era cominciato e si sostituivano le locandine, ci permettevano di prendere le vecchie dalle quali, a casa, ritagliavamo gli attori, i cavalli, i fortini, per costruire le nostre storie fino alla settimana successiva.

All’improvviso una veduta notturna. Fino a quel punto del libro solo i colori sgargianti del nostro sole e della tarantella, ora l’azzurro di una notte di luna piena. Forse non era lo stesso giorno, ma la luce si. Dalla finestra verso il mare cercavo di capire se fosse possibile scorgere Gagarin e la sua navicella in orbita intorno alla terra. Non ero stupido da pensare di poterlo vedere a quella distanza, ma avevo una teoria: in un mondo di corpi pressoché immobili, se vedo un corpo muoversi percorrendo tutto l’arco del cielo quello è lui. Perciò mi munii di un piccolo binocolo di plastica acquistato sulle bancarelle il giorno della festa del santo patrono e cominciai la mia esplorazione celeste. La luce era la stessa della veduta che ho di fronte sulla pagina, segno che, dall’unità d’Italia a oggi, qualcosa fosse rimasto invariato. Guardavo la luna come ET avrebbe guardato la sua casa qualche anno dopo. Complice quella sera fu mio padre che credo si stesse chiedendo come la fame, gli sfollati e le macerie avessero potuto produrre quella notte in una spanna di anni. Non ci avevo più pensato prima di aprire il libro, ricordo distintamente che chiesi se un giorno saremmo potuti atterrare sulla luna. Ricordo anche la sua risposta come fosse oggi: sono sicuro di si, io non ci sarò più, ma tu vedrai un uomo sbarcare sulla luna. Ho trascritto questa risposta perché capiate una cosa, le competenze astrofisiche e tecnologiche di mio padre erano pressoché nulle, ma quello era l’entusiasmo dei sopravvissuti all’orrore, non so quando, dicevano, ma ce la faremo. Peccato che quell’entusiasmo non fosse diffuso al punto da non riuscire ad impedire il saccheggio edilizio e la violenza su di una città di cui restano solo vedute e ricordi. Il libro si chiude con un gruppo di pescatori che tirano le reti mentre altri armano la barca per la loro uscita notturna, ricordi? Forse, ma non è vero che i ricordi sono solo aria: sono storia, sono emozioni che si trasmettono e che si rivivono. Io stesso non avrei mei immaginato che un volume di vedute antiche trascinasse la mia voglia di riprender il treno e tornare dove sono nate le mie corde, dove le ho accordate agli altri per cominciare a suonare. Certo la vita mi dato tanto, ho girato il mondo, ho avuto la fortuna di lavorare con grandi artisti ma mi rendo conto di avere lo stesso stato d’animo che prese l’anonimo migrante della ben nota poesia Napoletana che temeva di trovare le macerie di guerra dove un tempo c’era stata la sua giovinezza. Forse esagero, la guerra non c’è stata e tutto potrebbe essere più facile, Ma ch’aggi”a fá?…Mme fa paura ‘e ce turná!

(Il Libro: Renato Marchese Filippo D’Urgolo. Formia: Retrospettive iconografica da incisioni, disegni, acquarelli, gouaches e olii. Caramanica Editore 2007)

Aldo Di Russo

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