Meglio un “governo minimo” che l’ingovernabilità

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All’indomani del risultato della consultazione elettorale era necessario prendersi una pausa di riflessione: il quadro politico che le urne ci hanno restituito è totalmente nuovo rispetto a quello dell’Italia negli ultimi 20 anni e anche di quello dei 20 anni precedenti.

La cosiddetta prima Repubblica ha avuto come architrave, grazie ad una buona legge elettorale proporzionale, il riformismo cattolico e socialista e l’opposizione (formale) del PCI, in una sorta di Governo permanente del Comitato di Liberazione Nazionale. La seconda, con una serie di pessime leggi elettorali maggioritarie, è stata caratterizzata dalla contrapposizione fra il liberalismo autoreferenziale di Berlusconi e l’opposizione catto-comunista dell’Ulivo.

Lunedì 5 marzo ci siamo svegliati in una inedita Italia, ingovernabile per una pessima legge elettorale proporzionale/uninominale, divisa fra il Movimento cinque stelle e la Lega nazionale di Salvini. Hanno perso le elezioni gli eredi dell’ulivo, un Partito Democratico ormai emendato dai comunisti della storica ditta che hanno fondato l’ennesima formazione minoritaria, e il vecchio Berlusconi rimasto intrappolato nel successo leghista a cui hanno contribuito molti suoi exfans.

Che fare?

Non vi è dubbio che per il Presidente della Repubblica sia un bel rompicapo: dare l’incarico a chi ha preso più voti o addirittura a chi si è autonominato premier, secondo un “principio” che non è scritto da nessuna parte, visto che il problema dopo ogni elezione è quello di ricercare una maggioranza per formare un governo e non consegnare un premio al vincitore, sarebbe un’autentica sciocchezza affidare questo compito ai grillini o ai leghisti che continuano a dichiarare la loro indisponibilità a formare coalizioni di governo con forze parlamentari diverse dalle proprie. È giusto osservare, ma solo per ragioni di cronaca, che i due suddetti leader sono invece disponibili ad accettare voti in Parlamento sui loro programmi: una singolare concezione della democrazia parlamentare secondo cui non si vogliono avere alleati ma soltanto portatori di voti, inutile dire che questo impedisce ogni possibilità di compromesso e di accordo fra formazioni diverse.

E allora?

Di fronte ad un voto popolare che ha cambiato radicalmente il quadro politico in cui oltre il 50% degli elettori (cinque stelle più lega) ci restituisce l’immagine di un paese antieuropeo e xenofobo, opportunista e clientelare, diviso tra nord, centro e sud secondo la geografia politica precedente all’unità d’Italia non c’è molto da sperare.

Cancelliamo dalla memoria tutte le trovate propagandistiche raccontate in campagna elettorale per conquistare voti e stiamo alle dichiarazioni ripetute dopo il voto: Salvini: meno tasse e Di Maio reddito di cittadinanza. Belle idee, ma si continua a far finta di dimenticare che l’Italia ha un debito gigantesco mal tollerato da quei partner europei con cui abbiamo sottoscritto dei trattati in cui siamo impegnati a ridurlo. Oppure c’è bisogno di ricordare ancora una volta quella lettera di “raccomandazioni” con cui la BCE ha licenziato il presidente del consiglio Berlusconi nel 2011? Inoltre la nostra Costituzione impone che a fronte ad una spesa è obbligatorio scrivere contestualmente la copertura finanziaria altrimenti la legge che prevede quella spesa non può essere nemmeno presentata. Questo vale sia per il reddito di cittadinanza che per quel bizzarro progetto di ridurre le tasse al 15% e quindi le due proposte sono irrealizzabili.

Chi ha vinto le elezioni prima ancora di rivendicare l’incarico di formare un governo ha il dovere di non fare danni irreversibili all’immagine dell’Italia sui mercati e di impegnarsi alla ricerca di una soluzione della crisi e non nella caccia al PD che, avendo perso le elezioni dopo cinque anni di governi da esso presieduti, non può che essere fuori dall’area di governo e quindi non può allo stesso tempo essere la terapia per risolvere i problemi di forze politiche che sembrano incapaci di prendere atto della loro stessa vittoria.

 

Nessuno è in grado oggi di esprimere una soluzione che soddisfi le aspettative di tutti gli italiani: il sistema è bloccato su tre pilastri, uno in più di quanto richiedano le regole della democrazia parlamentare.

La storia inglese insegna che in questi casi è inevitabile che un pilastro crolli: è accaduto quando i liberali, terzo incomodo tra conservatori e laburisti, finirono per scomparire progressivamente dalla scena politica. È probabile che una situazione analoga si verifichi nei prossimi anni anche in Italia (il lucido e cinico D’Alema ha già individuato chi è che deve scomparire): ci vorranno almeno due o tre anni affinché gli elettori esprimano un voto meditato e non più solo motivato dal rancore verso la classe politica ritenuta nel complesso colpevole di tutti i loro guai.

Nel frattempo bisogna governare. L’unica soluzione possibile appare quello di un “governo minimo”, che si limiti a far fronte alle esigenze interne ed internazionali del Paese nel suo complesso (esteri, difesa, sicurezza interna, amministrazione della giustizia) lasciando operare per il resto il sistema delle autonomie regionali e comunali. È un progetto che può sollevare mille osservazioni ma è realisticamente una delle poche soluzioni ad un sistema andato in tilt e che non può rimettersi in movimento con una nuova legge elettorale di difficile approvazione in Parlamento dato il bilanciamento delle forze. Talvolta bisogna scegliere la strada più difficile perché più grande sia la speranza, come l’automobilista rimasto in panne che è costretto a ricorrere al carro attrezzi: non è la soluzione migliore ma è l’unica per riprendere il cammino.

Su di me

Giampaolo Sodano

Giampaolo Sodano

Artigiano. Mastro Oleario. Manager. Giornalista.

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