Il “mercato specialità”: olio artigianale e artigiani del cibo

portafrantoio

Partiamo dalla realtà: una campagna olearia si sta concludendo e il bilancio è negativo. Il 2014 è un anno in cui c’è meno olio extravergine 100% italiano. Qualcuno si domanda “ma come è potuto accadere”: si tratta di un evento straordinario, di un incidente di percorso, forse è colpa dei cambiamenti climatici. Ma a qualcun altro viene il dubbio che si tratta di un risultato prevedibile, frutto di scelte sbagliate, di errori fatti tanto tempo fa e ripetuti per tanto tempo. Un tuffo nella storia: mentre i governi spagnoli investivano somme ingenti per favorire il rinnovamento e lo sviluppo dell’olivicoltura di quel paese, l’Italia spiantava olivi per costruire stabilimenti siderurgici. Così che, in un mercato che consuma un milione di tonnellate di olio dalle olive abbiamo bleffato, dichiarando produzioni che non facevamo e scoprendo, alla prova dei fatti,  che la produzione nazionale copre appena la metà del suo fabbisogno, e con fatica. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, o almeno di quelli che il prosciutto lo mangiano e non lo usano per coprirsi gli occhi: è nata una fiorente industria di confezionamento di olio d’importazione, un’industria che non produce nulla, che l’olio lo passa, come dice la pubblicità, di mano in mano fino al “povero” consumatore che, con soli due euro, è convinto di aver acquistato un buon extravergine italiano da usare sulla sua insalata di pomodori. Dall’altra parte, per mantenere la pace sociale, non potendo assicurare agli agricoltori un prezzo giusto per le loro olive si è inventato “l’olio di carta” e si è distribuito, più o meno legalmente, qualche manciata di denaro pubblico. In mezzo circa 5000 frantoi, spesso un dopo-lavoro con cui arrotondare il reddito agricolo, sconosciuti alla legislazione nazionale e alla normativa europea, con la funzione di spremere olive, in definitiva dei conto-terzisti invisibili visto che il titolo di “produttori di olio” era stato assegnato agli agricoltori.  E  per finire uno sguardo fuori la porta di casa nostra: le banche spagnole proprietarie di Bertolli e Carapelli (cioè il 50% del nostro mercato) sospettate di utilizzare i famosi marchi italiani per “commercializzare sottobanco olio spagnolo”, come sottolinea una ricerca di Eurispes, hanno un nuovo piano strategico: trasformare il core business dell’olio in nuovi condimenti “meno costosi e più nutrienti dell’olio d’oliva”. (Sarebbe interessante sapere cosa ne pensano i tanti difensori della cosiddetta “industria olearia nazionale”!)

Chiunque abbia un po’ di memoria e un briciolo di onestà intellettuale non può che riconoscere questa realtà dei fatti. Ma chiunque volesse guardare al di là dei propri interessi di bottega e, inquanto classe dirigente, coltivasse l’ambizione di occupare ancora un posto a tavola con l’olio made in Italy non potrebbe che partire da questa realtà per cambiare decisamente rotta. Diamo a Cesare quel che è di Cesare: l’onorevole Colomba Mongiello ha imboccato con determinazione questa strada dandoci una legge che attende soltanto di essere applicata, con il necessario rigore, una volta che a Bruxelless la smetteranno di farsi dettare le norme dalla lobby della cosiddetta industria olearia nazionale. Intanto nella sala stampa della Camera dei Deputati mercoledì 29 gennaio è stato presentato il libro del giornalista americano Tom Mueller “Extraverginità, il sublime e scandaloso mondo dell’olio d’oliva”, mentre a New York un autorevole giornale pubblicava un fumetto sul tema “l’olio taroccato che ci mandano dall’Italia è il suicidio dell’extravergine”.  Apriti cielo! Tra le tante diverse reazioni spicca quella di due associazioni, Federolio e Assitol, note agli addetti ai lavori per essere quelle che organizzano e rappresentano gli interessi di famosi marchi dell’industria di confezionamento del nostro Paese, dagli spagnoli di Bertolli e Carapelli agli italiani di Farchioni e De Santis. Per non citare quel Francesco Fusi, titolare dell’azienda Valpesana, che attende il rinvio a giudizio richiesto dal p.m. Natalini della Procura di Siena per frode in commercio avendogli, la Guardia di Finanza, sequestrato 8000 tonnellate di olio deodorato d’importazione classificato come extravergine italiano. La domanda è legittima: quanto di quest’olio sta nelle bottiglie da 2 euro nei supermercati italiani e quanto in quelle che stanno sugli scaffali americani. Questo è il “suicidio” di cui parla il New York Times.

La Coldiretti, l’Unaprol, l’AIFO e le associazioni dei consumatori sono scese in campo contro le frodi e in difesa del vero, autentico olio italiano. Sembra che le cose possono cambiare. Forse stanno già cambiando: mostra di crederci un gruppo di imprenditori di AIFO, che –  rivendicando di essere l’unica realtà produttiva dell’olio extravergine italiano e non rinunciando all’idea di rispettare il diritto dei consumatori ad avere un cibo buono, salubre e al giusto prezzo – producono e vendono un olio di cui è certa l’origine del frutto, trasparente il processo di produzione e stoccaggio, garantito il know how del mastro oleario, valorizzata la diversità e originalità dei prodotti per la soddisfazione di tutti i gusti. In definitiva l’olio dei frantoi artigiani: un extravergine di alta qualità, ottenuto con un processo produttivo certificato, garantito da un artigiano che fa della sua creatività e professionalità il valore aggiunto del suo prodotto.

E così è nato CONFADI, il Consorzio dei frantoi artigiani guidati da Stefano Caroli.

L’obiettivo non  è certo quello di vendere qualche bottiglia in più ad un prezzo giusto, né quello di mettersi un fiore all’occhiello, ma piuttosto il disegno ambizioso di organizzare un nuovo mercato “specialità” contando sulla lungimiranza di alcuni grandi operatori della GD e sui nuovi indirizzi del Ministero dell’Agricoltura e sulla base di un sistema delle imprese che ha lo scopo di rispettare i valori del prodotto e del produttore . Sarà bene che importatori e confezionatori di oli comunitari ed extracomunitari, azionisti e manager, se ne facciano una ragione: l’olio artigianale esiste ed è l’unica riscossa possibile dell’olio italiano.

Con questa consapevolezza e partendo dalla crisi che sta investendo l’attuale vecchio sistema commerciale dobbiamo aprirci a idee nuove per lo sviluppo: l’impresa artigiana del cibo,  che costituisce il tessuto produttivo del mondo agroalimentare italiano,  si è sempre trovata di fronte ostacoli che hanno impedito il successo pieno del suo prodotto. Infatti il problema principale è il valore del prodotto, perché non è sufficiente mettere a punto “prodotti specialità”, ma è necessario far nascere “mercati specialità”. Pensare ancora che basti fare il prodotto tipico o naturale e inserirlo all’interno di mercati competitivi per avere distintività e successo è assolutamente velleitario. L’esperienza di migliaia di piccole aziende sta lì a dimostrare che l’operazione “nicchia” non solo non funziona, ma crea un indebito vantaggio ai prodotti speculativi dell’industria che, sfruttando le virtù e le qualità dei prodotti artigianali, ne hanno capitalizzato gli aspetti qualitativi – assumendone spesso i connotati – e vincendo la partita sul piano economico.

“Guadagnare con le nicchie non è affatto facile: di solito i cibi particolari vengono lavorati da piccole imprese, che fanno fatica a produrre grandi quantità di merce, a distribuirla”, ha scritto il presidente del Censis, Giuseppe De Rita, “è questa la sfida futura del settore agroalimentare italiano: continuare a puntare sulle diversità, riuscendo allo stesso tempo ad accrescere il volume della produzione e delle vendite”.

Questa è la sfida dei frantoiani, degli artigiani del cibo, che si può vincere alla condizione di fare sistema e di creare un nuovo mercato. Poi la parola passa al consumatore.

 

 

 

 

Su di me

Giampaolo Sodano

Giampaolo Sodano

Artigiano. Mastro Oleario. Manager. Giornalista.

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2 Comments

  1. Rosato Cioccolini 6 febbraio 2014 Rispondi

    Caro Giampaolo,

    ottima panoramica di come, purtroppo, girano le cose.
    La lotta è dura ma insieme dobbiamo batterci per cambiare rotta.
    A presto, Grazie.
    Rosato Cioccolini

  2. Antonio Tarantini 28 aprile 2015 Rispondi

    Io chiedo al signor produttore il prezzo del suo prodotto cioè olio d’oliva extra vergine.Inoltre chiedo prima che mi sia data la garazia della quailtà perchè voglio essere sicuro.La commisione di aquisto la farò dopo l’accordo ragiunto.La ringrazio anticipatamente.Antonio Tarantini

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