Nessuno ha due vite

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Mi è venuta in mente questa riflessione in questi giorni, leggendo gli ultimi documenti strategici che l’Unione Europea ha prodotto a proposito dei nuovi programmi di valorizzazione dei beni culturali e della cultura. Si sottolinea, aggiustando il tiro rispetto ai  documenti precedenti, come coesione sociale e identità civile siano gli obiettivi principali da raggiungere maneggiando cultura, si legge che l’approccio che occorra prevedere deve essere “creativo ed artistico”. I documenti sottolineano anche che questo deve avvenire anche in previsione di far diventare il settore un ponte verso l’industria culturale. A me questo approccio piace, focalizza il ritorno da questo tipo di investimento su tempi medio lunghi, come è giusto fare per la cultura, intercetta il mercato e sembra porsi un obiettivo che vada oltre “l’audience”: contare il numero di persone indipendentemente da quello che abbiano acquisito come emozione o come sapere dopo la visita, e punti al sodo, a quello che la cultura significa per una comunità. Abbandona la televisione generalista come esempio di settore. Ci si avvicina alla cultura.

Proviamo ad entrare un po’ nel dettaglio “dell’approccio creativo ed artistico”. Detto così potrebbe diventare uno slogan senza conseguenze pratiche, senza azione conseguente, intendo dire, quindi merita una riflessione. Se prendiamo come esempio la Storia, ambiente che avvolge e tiene insieme qualsiasi approccio alla cultura da qualunque lato la si guardi, la Storia, dicevo, da sempre, la scrivono gli storici ma la raccontano gli artisti, è in questo modo che è emersa nelle coscienze e nella memoria condivisa la metastoria come collante sociale ed indentitario di un popolo: il mito, l’eroe, la musica popolare.

Prendiamo una qualunque opera che sia stata prodotta dalla cultura di un passato prossimo o remoto, dalla Odissea di Omero ad una architettura medioevale da un documento rinascimentale a uno spartito di Beethoven, questa aveva un significato per i contemporanei ed una intenzione nella mente del suo autore. Oggi quel significato e quella intenzione sono solo sorgenti di studio filologico per quegli esperti che siano in grado di ricostruire contesti culturali e contesti sociali diversi da quello in cui vivono e che sono oggi lontani e incompressibili a molti di noi. Si tratta di significati ed intenzioni che restano nell’ambito della ricerca accademica o che sconfinano verso il pubblico attraverso operazioni di divulgazione giornalistica a volte discutibili a volte di grande pregio. Esiste una via diversa dalla lezione accademica o dal reportage, ed è il racconto che da millenni popola le piazze e i teatri a partire dalla antica Grecia verso tutto il mondo. Racconti sviluppati e continuamente rinnovati per essere di supporto ad un pubblico sempre più vasto e sempre diverso, vere e proprie macchine sceniche narranti che hanno messo a punto la memoria collettiva e condivisa a partire dai cantastorie costruttori di eroi da piazza in grado di trasformare individui isolati in popolo, fino ai grandi musei narranti di oggi che sfruttano tutte le possibilità delle tecnologie digitali per costruire l’identità di un continente fatto di nazioni e di culture diverse, ma di valori e di origini comuni.

Perché, allora, l’approccio deve essere creativo ed artistico come recita la strategia? Perché a partire da un evento passato, ciò che è arrivato fino a noi è un manufatto, restano a volte documenti relativi, ma è svanito per sempre tutto ciò che investe il gesto, l’oralità, la tradizione, ciò che si tramanda e non si documenta.

Se prendo in mano uno spartito originale di Beethoven trovo scritte delle note, ma quelle note si trasformano in suoni solo attraverso un gesto unico, irripetibile e non tramandabile. Il gesto di Beethoven è perso per sempre, non perché non fu registrato, ma perché essendo gesto è una componente orale intramontabile che è tipica di ogni opera d’arte. La componente mancante per ricostruire significato ed intenzioni del grande compositore tedesco può essere solo reinventata da un artista che la reintegri attraverso talento, intuito, fantasia, ricerca e studio, in modo da gettare un ponte che giunga fino ad oggi per il pubblico di oggi. Un pianista esperto è in grado di restituire a quei segni la dignità di suoni. Ciascun interprete lascerà la sua visione di quel suono, ma sarà un ponte tra il contesto in cui lo spartito è nato ed il contesto in cui quel suono è ricostruito oggi. Solo un artista è in grado di ricostruire l’aura, l’hic et nunc necessario affinché il pubblico, munito di opportuni strumenti intellettuali, ricostruisca significato ed intenzioni, si riappropri di quell’opera come parte della sua stessa tradizione, viva, direbbe John Dewey una esperienza estetica. Per questo la componente che ricostruisce per il pubblico di oggi la cultura di ieri deve essere tale da produrre cultura, nuova cultura elaborando l’antico. Questo prevede due componenti ed una metodica al momento troppo frammentata ed episodica. Una componente tradizionalmente accademica: gli storici, gli archeologi, quelli che nel linguaggio ufficiale dei progetti si chiamano esperti di dominio, una componente artistica, che produce racconti, immagini, narrazioni ed una metodica che è proprio l’integrazione tra le parti. Queste componenti vanno formate fuggendo a gambe levate il tentativo di improvvisarsi altro da sé magari seguendo on line corsi tipo “how to become a skilled artist” or “historian in four lessons”. Occorre una vita per formare uno storico che sia tale ed occorre una vita per capire quale sia la migliore inquadratura sotto la quale girare una scena. Non conosco nessuno che di vite ne abbia avute due.

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Aldo Di Russo

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