Meglio colti che competenti

Ho appena letto, in ritardo e me ne scuso, l’intervista a firma Enrico Nocera fatta per VICE al Prof Marcello Ravveduto, un vero esperto di storia della camorra che ho il piacere di conoscere molto bene e che ho avuto come interlocutore in molte conversazioni sul tema.

L’intervista integrale la trovate a questo indirizzo

https://www.vice.com/it/article/gydyjm/enzo-sangue-blu-gomorra

La conversazione è estremamente interessante perché tra gli apocalittici e gli integrati della serie televisiva Gomorra, il Prof Ravveduto esprime una terza posizione argomentandola con interessanti spunti che focalizzano la serie televisiva come una rappresentazione costruita su di uno sfondo storico, civile, sociale, e non solo una fotografia della realtà. Una elaborazione della realtà, insomma una fiction. Intendo dire che i personaggi, ispirati alla cronaca di un ghetto Napoletano, contengono ethos e pathos in proporzioni tali da scatenare reazioni emotive come è giusto che una rappresentazione drammaturgia faccia in relazione al suo pubblico. Io capisco bene che la televisione sia un mezzo pervasivo ed abbia una sua unicità nel contesto di quella che Coleridge chiamava “the willing suspension of disbelief ”, ma esiste, entra nelle nostre case anche indipendentemente da Gomorra. Circa un anno fa, Silvio Berlusconi attaccò Remo Girone per avere interpretato Tano Cariddi, un mafioso che introdusse il denaro sporco nella economia reale attraverso procedimenti finanziari azzardati (ancora la finanza creativa era lontana) dicendo: “si vergogni”! Ricordo benissimo anche la risposta di Girone: “Credevo che la vergogna d’Italia fosse la mafia e non un film sulla mafia”

Proviamo a fare un sunto delle posizioni in lizza. Saviano afferma che la serie contiene una denuncia esplicita del fenomeno ed induce il pubblico a riconoscere i modi, le espressioni, della delinquenza di quel ghetto anche al di fuori del teleschermo, considerando questa una difesa dal fenomeno camorra, per contro, alcuni magistrati, parlano di “rischio di emulazione” o di “ammiccamento”  nei confronti di una criminalità che sfoggia lusso e potere. Marcello Ravveduto prende le distanze da entrambe le posizioni focalizzandosi sul fatto che si tratta di una produzione televisiva internazionale finalizzata a raccogliere pubblico (pagante) e che viene prodotta sulla scia degli altri ghetti del mondo e sottolinea come l’etica pubblica condivisa dai personaggi sia di tipo “animalesco” e pertanto riconoscibile come estranea al pubblico televisivo. Che un giovane sia attratto dalla pettinatura di Genny non significa che sia anche in grado di uccidere un bambino.

Su questo punto concordo completamente. Che il pubblico possa usare le stesse espressioni che gli sceneggiatori hanno messo in bocca ai protagonisti di una storia di successo è una cosa che è sempre esistita nei mondo del cinema. Il giubbotto di Fonzie è stato venduto in milioni di esemplari, negli anni sessanta dicevamo “a prescindere, quisquilie  e pinzillacchere”, negli anni settanta era il momento della “mandrakata”; l’immaginario ha influenzato il nostro lessico senza che sia mai aumentato il numero di chi abbia rovinato il bilancio di famiglia scommettendo alle corse dei cavalli.

Ravveduto propone un intervento culturale sui giovani “che li aiuti a fare l’analisi di ciò che vedono in tv. Invece di insistere sul discorso dell’emulazione, dovremmo seriamente cominciare a parlare di Media Education”, intende, immagino,  come sistema per rileggere ed interpretare la distanza tra rappresentazione e realtà.  Su questo punto vorrei dibattere. Che significa Media Education? A quali media ci si riferisce? Il corso che si propone è diverso se si parla di Televisione, di Teatro o di Letteratura?

Io non sono pregiudizialmente contrario, ma credo che questo approccio possa nascondere un pericolo. Non che tale corso sia inutile, ma rischia di diventare un manuale di autodifesa che vale finché la presunta offesa sia all’interno delle procedure descritte dal corso stesso. A noi serve alimentare il senso critico ed il pensiero astratto in modo da poter riconfigurare ed interpretare a partire da una teoria della rappresentazione dando una dimensione etica alla nostra esistenza.

Io non ho mai fatto un corso come quello che Ravveduto propone quando andavo a scuola, ricordo però che al liceo si leggeva e si è discusso a lungo della Repubblica di Platone dove il tema visione – percezione, realtà – apparenza viene trattato forse per la prima volta in modo sistematico. Ricordo che l’anno dopo, quello stesso tema doveva misurarsi con la conoscenza sensibile e l’elaborazione del pensiero tra Cartesio e Kant per poi trovare una sintesi moderna nelle tesi di John Dewey. Quando dal liceo sono uscito, ancora le scienze cognitive non avevano sviluppato tutto quello che oggi sappiamo.

Quello che ho assimilato in quel periodo mi ha permesso di avere gli strumenti di analisi che ancora conservo per ricostruire, di fronte ad ogni nuovo contesto, ciò che mi serve per modellare realtà, opinioni, verità e per dare alle ombre, direbbe Platone, il giusto ruolo interpretativo. Ricostruire i saperi necessari a formulare idee è quello che serve ai giovani, serve un pensiero astratto sempre più articolato nelle sue funzioni . Di fronte a strumenti tecnologici che aumentano la realtà serve aumentare la propria capacità di immaginare. Credo, che la scuola e l’Università si stiano suicidando somministrando “manuali di istruzioni per l’uso” che, relativi ai singoli fatti in questione, impediscano di fatto l’acquisizione di vere ad ampie teorie.

Continuo a sentire in giro che la scuola deve fornire competenze ed ho paura che abbia rinunciato a fornire saperi.

Pensate all’idraulica degli antichi egizi, quella capace di irrorare i campi attraverso le piene del Nilo e pensate a quella degli Ellenisti dopo Archimede. La prima era una competenza che funzionava solo in quel posto per quella portata d’acqua costante e ripetitiva, la seconda sapeva adattarsi a qualsiasi situazione perché era ormai una teoria, la competenza lasciava il posto al sapere.

È di saperi che oggi abbiamo bisogno per dare a ciascuna rappresentazione il significato che deve avere, specialmente in un mondo che corre alla velocità che tutti conosciamo. Mi piacerebbe continuare ed approfondire questo dibattito anche pubblicamente con il Prof Ravveduto di cui ho una stima professionale enorme e che ho deciso, in chiusura di questo articolo di salutare non con lo stilema di Gomorra, ma con il tema dominante della nostra terra: Tutt appost Marcè? Conosco anche la risposta del Prof Marcello Ravveduto: Tutt appost.

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Aldo Di Russo

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