Caccia al tesoro

Citando s’impera

Caccia al tesoro

di Carlo Vanzina. Con Vincenzo SalemmeCarlo BuccirossoChristiane FilangieriGennaro GuazzoFrancesco Di Leva  Italia 2017

Domenico Greco (Salemme), sfortunato attore di teatro, vive in casa della vedova di suo fratello Rosetta (Serena Rossi) il cui figlio decenne soffre di una grave disfunzione cardiaca; una lettera dagli Stati Uniti li informa che un famoso chirurgo si è dichiarato disponibile a operare il bambino ma che, tra trasferta, spese cliniche e parcella, bisognerà spendere 180.000 dollari. Disperati i due vanno a chiedere un miracolo e mentre pregano almanaccano sulla possibilità di rubare un singolo gioiello della tiara conservata con il resto del tesoro del santo; la voce di un parcheggiatore, proveniente dall’esterno, li illude dell’assenso del santo e decidono di fare il colpo. A fianco a loro però Ferdinando (Buccirosso), un separato che ha perso il lavoro e la casa e non sa come pagare gli alimenti alla moglie e al figlio Gennarino (Guazzo), ha sentito e li ricatta: se non lo ospitano e non lo fanno partecipare al colpo, lui li denuncia. Racimolati con una piccola truffa i soldi per le prime spese, Domenico si fa dare da un costumista (Enzo Casertano) una statua cava, raffigurante un santo e un costume da pope, con questo travestimento consegna la statua (con dentro Ferdinando) a don Luigi (Benedetto Casilio), il parroco della Chiesa di San Gennaro. I due, quella notte, riescono a scendere nella cripta ma hanno due sorprese: il tesoro non c’è più e da un buco del muro arrivano altri due ladri: Cesare (Max Tortora) – un piccolo professionista romano del furto – e Claudia (Filiangieri) – ex spogliarellista ed escort in cerca di una vita più “onesta”. Da un cartello fuori dalla chiesa scoprono che il tesoro è esposto a Torino. Domenico e Ferdinando (con figlio annesso: è il suo turno di affidamento) partono per Torino e, ovviamente, di lì a poco arrivano anche i due romani e, dopo qualche schermaglia, decidono di fare il colpo insieme. Scoperto che il museo, dove il tesoro è custodito è confinante con lo studio di un avvocato (Mario Zucca) della Juventus, i tre lo vanno a incontrare, fingendosi avvocati del Napoli che vogliono trattare il riacquisto di Hinguaìn e riescono ad individuare il muro dal quale si può accedere alla mostra. La notte mettono in azione il piano ma una banda più organizzata – mentre loro con un drone (rubato da Gennarino a un bambino) spiano la sala – porta via la tiara. Claudia che era di vedetta ha però riconosciuto in uno dei rapinatori un suo vecchio cliente (Pippo Lorusso) e li porta all’hotel dove alloggia; lui, messo alle stette da Domenico che si finge commissario, rivela che il suo capo ha portato il prezioso oggetto a Cannes per venderlo ad un collezionista. Il povero Cesare, colpito da un violento colpo della strega è ricoverato ma nella sua corsia arriva, per un infortunio, l’avvocato della Juve che, riconosciutolo, lo fa arrestare ma la polizia continua a brancolare nel buio e fa un accordo con il boss camorrista Mastino (Di Leva): se lui ritroverà il maltolto, suo fratello (Antonio Fiorillo), attualmente detenuto al nord, sarà trasferito a Poggioreale, dove la mamma potrà portargli gli ziti e la mozzarella che tanto ama. I nostri eroi arrivano a Cannes dove, con molta più fortuna che abilità, riescono a impadronirsi della tiara ma, mentre si godono il trionfo sulla spiaggia, arriva O’ Mastino. Tutto sembra perduto ma il cuore del camorrista farà il miracolo.

Anni fa, intervistando per radio Castellano e Pipolo (allora autori di grandi campioni d’incasso, Mani di velluto, Il bisbetico domato, Innamorato pazzo, pieni di riferimenti a film e commedie famosi), Luigi Magni li rimproverava, scherzosamente, di copiare dai grandi successi altrui e loro, sempre scherzando, rispondevano: “Perciò, sta tranquillo, da te non copieremo mai!”. Anche i Vanzina nella loro lunga carriera (questo è – mi pare – il loro sessantesimo film) hanno preso in prestito situazioni e gag da altri; le loro serie televisive Anni ’50 e Anni ’60, ad esempio erano una miniera di citazioni, esplicite ed affettuose del cinema di quegli anni. In questo film il riferimento alla situazione di base di Operazione San Gennaro di Dino Risi è così voluto che alla domanda di Ferdinando/Buccirosso, quando Domenico/Salemme gli illustra il piano: “Ma non è un plagio?”, quest’ultimo risponde: “No. E’ una citazione, un omaggio!”. Non è solo il film di Risi ad essere omaggiato, c’è, ad esempio, anche una gag (la truffa al negoziante) che è molto vicina ad un episodio di Totòtruffa ’62. D’altronde i Vanzina, sono cineasti di razza con una bella tradizione familiare e anche i loro riferimenti al cinema del passato sono anche prova di una solida cultura e sensibilità cinefila. Loro – come abbiamo altre volte notato – passano da belle idee e buoni esiti di botteghino a film meno riusciti ma, alla fine, continuano a mantenere un buon livello qualitativo, rispetto ad altri “forzati della commedia” – registi costretti da una fraintesa astuzia commerciale a cimentarsi in un genere che non governano – o a autori più affini ma globalmente meno dotati di loro. Insomma, rielaborando la geniale definizione del regime data allora dal fascista ma sui generis e liberissimo Longanesi: “Sbagliando s’impera”, i Vanzina, talora, citando mantengono la loro autorevolezza.

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Antonio Ferraro

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