Anche la tv può essere una bottega artigiana

Di recente ho sottolineato, nella mia rubrica su Artisanpost, come le botteghe del cinema italiano (ma valeva per gran parte della produzione culturale) dell’immediato dopoguerra fossero degli spazi aperti nei quali autori esperti, giovani apprendisti e colti passanti curiosi partecipavano generosamente alla stesura di progetti, spesso intervallando il lavoro creativo con chiacchere sulla politica, gli amori e con qualche rilassante partita a palletta sul pianerottolo. Così sono nati alcuni capolavori del neorealismo e delle prime commedie all’italiana e così, per esempio, si è formata Suso Cecchi D’Amico, allora giovane intellettuale che, partecipando a quelle tempestose riunioni di scrittura e mettendo ordine tra le varie, scomposte idee, ha acquisito l’arte di sceneggiatrice con la quale è diventata famosa nel mondo. Certo, i mestieri del cinema indipendente sono ancora sostanzialmente artigianali ma è cambiata la committenza: dalle botteghe, nel senso stretto del termine, degli esercenti, la decisione è passata alle televisioni ed alle istituzioni; in una parola: alla politica. Non è una novità di questi anni ma, da qualche tempo, è sotto gli occhi di tutti il profondo cambiamento che ha attraversato le istituzioni e la televisione.

Non voglio, né sarebbe il luogo per farlo, addentrarmi in un discorso politico-sociale ma mi piace l’occasione di questo numero speciale per ricordare la, forse irripetibile, esperienza della Rai2 di Sodano tra la fine degli anni’80 e i primi anni’90.

Cosa c’è, in teoria, di meno artigianale della televisione? Eppure la Seconda Rete Rai di quegli anni è stato proprio questo: una grande bottega di appassionati (e – permettetemi di dirlo sommessamente – competenti) manager che esploravano nuovi spazi, affrontavano, quasi soli (le altre reti erano troppo per benino per entrare in agone), l’apparentemente impari sfida con la corazzata Mediaset. Per la parte che mi compete, abbiamo cercato uno per uno, trovato, adattato e programmato tv-movie e serie televisive, facendo da battistrada anche ai principali network europei (per loro stessa ammissione: quando ho lasciato la Direzione della Sacis, nella quale con Sodano abbiamo, con lo stesso prodotto, inventato una nuova modalità commerciale, l’allora Direttore della tedesca ZDF mi disse: “Come, ve ne andate? Abbiamo tutti appreso qualcosa da voi!”). Lo so che non è elegantissimo auto-celebrarsi ma come non sottolineare, ripeto, lo spirito di bottega creativa di un’esperienza che ha dato un contributo all’innovazione della televisione pubblica che, legata a frusti schemi pedagogici, rischiava di morire per auto-consunzione. Il celebratissimo Freccero, per fare un esempio, ha apertamente ripreso le nostre intuizioni nella sua Italia 1 dei tempi di Berlusconi (ora però sembra vergognarsene) e tutt’oggi molti dei prodotti e dei protagonisti che avevamo allora messo in luce sono riproposti con successo in spazi pregiati di programmazione. Non so se si possa parlare di felicità (la parola mi ha sempre fatto paura) ma di pienezza lavorativa e creativa certamente sì. E, diciamolo, non è poco!

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Antonio Ferraro

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